TRA IL SUSSEGUIRSI DI GRANDI CRISI NON C’É MAI STATO SPAZIO PER UNA PICCOLA RIFORMA

Da quando si è cominciato a parlare di mettere mano a una revisione delle relazioni all’interno del settore distributivo sono passati ormai sette anni (era il 2019 non il 2023!), durante i quali si sono susseguite grandi crisi complessive (la pandemia COVID-19, la guerra in Ucraina, infine la guerra in Medio Oriente) che hanno procrastinato e messo in ombra quella “piccola” riforma che, nonostante non richiedesse affatto vaste risorse, non ha mai visto la luce
Di recente é stato pubblicato su questo stesso sito un comunicato delle Associazioni di categoria dei gestori che intitola “Perché la riforma del settore continua a rimanere nei cassetti?”, un interrogativo, oppure meglio, una denuncia che appare del tutto giustificata e a cui non sono state date risposte di sorta.
In quell’articolo – che si riferisce all’ipotesi di DDL nei cassetti – si parla di “tre anni di lavoro non certo semplice e non privo di ambiguità”; non per rettificare il tempo indicato in quell’inciso, semmai per rafforzarlo, si ricorda che molti aspetti, dall’illegalità contrattuale alla opportunità di tipologie di tipo innovativo e di maggiore equilibrio nei rapporti contrattuali tra le parti, erano già contenuti nella nota (ma ormai dimenticata) “Risoluzione De Toma” (Atto Camera Deputati 7/00258 del 11.06.2019), in seguito diluita dal dibattito in Commissione per quadrare una versione condivisa. Sette anni!
Dopo l’emergenza “illegalità” nel settore che contrassegnò il 2018 (e che si risolse in ulteriori oneri per gli obblighi contabili dei gestori, che pure avevano fiancheggiato la campagna di denuncia contro le frodi, la concorrenza illecita, la sottrazione di risorse all’erario), dunque, emergeva una sensibilità alla natura asimmetrica dei rapporti interni alla filiera.
Ma nel 2020 la pandemia sconvolse il mondo ed il nostro Paese: una crisi sanitaria ed economica di natura prima sconosciuta, che attraversava il collettivo e l’individuale della società. E, per un buon anno e mezzo non ci fu tempo per pensare ad altro, se non a come arginare lo shock e poi a ripararne i danni con strumenti di livello comunitario e nazionale.
E, a distanza di poco tempo, nel 2022 la Russia invase l’Ucraina, scatenando una guerra che dura da più di quattro anni, che ha determinato una crisi energetica e dei prezzi scaturita dalle sanzioni dell’Europa rispetto ad una aggressione che violava il diritto internazionale.
La situazione congiunturale rese necessarie misure fiscali e allocazione di risorse per calmierare gli effetti negativi per famiglie ed imprese, tra cui una cospicua riduzione delle accise, solo per rimanere al settore di cui parliamo.
Al momento del ripristino delle accise nel 2023 – come si ricorderà – acquistò rilievo preponderante la vicenda, invero grottesca per certi versi, del famigerato “cartello del prezzo medio” (poi inficiato dalla decisione del Consiglio di Stato e definitivamente accantonato), su cui si persero mesi in fase di contenziosi. In quel contesto prese corpo nuovamente (forse a titolo di scambio col cartello secondo intenzioni del Governo) il tema riforma del settore. Ed eccoci al 2023 ed ai tre anni di tira e molla tra le parti all’interno della filiera, tra la filiera e il Ministero e tra parti della filiera e il Ministero:
vero è che non senza fatica ed ambiguità, resistenze ed equivoci, le parti sembrerebbero arrivate – obtorto collo, come sempre avviene quando si deve riconciliare alla fine ciò che sembrava all’inizio inconciliabile – ad una sintesi, ma ad ora nulla di quella sintesi è diventata un atto del Governo con emanazione infine di un DDL, che comunque poi avrebbe avuto un iter parlamentare complesso e non brevissimo, al punto che non si sa con quali probabilità si sarebbe potuto scommettere che fosse approvato definitivamente entro la fine legislatura.
Questo a febbraio-marzo, ma a questo punto scoppiano le ostilità USA-Israele-Iran, che si trascinano da tre mesi e su cui si è infine concordato un fragilissimo ed ambiguo protocollo tra le parti, in attesa di riempirlo di contenuti reali e stabili almeno a breve termine. Torna l’emergenza prezzi e tornano pure gli interventi sulle accise.
L’Europa, dopo anni di dissipazione dell’autonomia dell’industria di raffinazione – delegata altrove per i noti dogmi ideologici della transizione (in quindici anni è stato tagliato il 30 % delle raffinerie ed il 25 % della capacità di raffinazione – scopre che, dopo avere riorientato i flussi dalla Russia in seguito alla guerra in Ucraina, è sempre più dipendente per la fornitura di materia prima e prodotti raffinati da Paesi che sono oggi in fibrillazione geopolitica, allocati in aree soggette anche per il futuro a instabilità.
In sintesi, un’altra crisi sistemica, un’altra emergenza.
In questo lungo e travagliato periodo, non è tuttavia che il mondo della distribuzione sia rimasto al palo: si sono determinati nuovi assetti proprietari ancora da decifrare pienamente da un lato, si sono amplificati i fenomeni di polverizzazione dall’altro, mentre sul piano dei rapporti aziende-gestori si è ampliata esponenzialmente la platea dei rapporti anomali e ridotta quella dei contratti storici, con vaste aree di assenza di tutela e regole, dalle aziende sono stati unilateralmente ridotti gli spazi di rappresentatività della categoria e, in attesa di qualcosa da venire (la riforma) le aziende stesse si sono prese “sul campo” la libertà di inventare contratti ancora da tipizzare e l’alibi di non adeguare i vecchi e scaduti accordi. E, rispetto alle analisi ed alle sensibilità della vecchia risoluzione De Toma, la stessa raggiunta “sintesi” che ancora non vede la luce di fatto, e nonostante tutto quanto è stato fatto per contrastarne e correggere le cose peggiori che erano state presentate nelle prime versioni del testo, di fatto il DDL è una cosa diversa, di cui si può dire che – assolutamente senza polemica – se da un lato rappresenta un arretramento rispetto al concetto di autonomia e imprenditorialità del gestore, dall’altro almeno – sia pure a medio termine – consente di ricondurre alla legalità ed alla tutela tutta quella parte della categoria che in questi anni è stata assoggettata a contratti anomali.
Eppure questo pezzo di carta non salta ancora fuori dai cassetti. Vero è che c’è sempre qualche cosa più importante e persino drammatica di natura generale, quindi di gran lunga eccedente l’ambiente specifico del settore. Eppure – con tutti i suoi limiti – questa “piccola riforma” avrebbe comunque il merito, oltre che a non costare nulla, di esprimere rispetto ed attenzione verso una categoria che in tutti questi anni e in mezzo a tutte queste crisi più grandi ha sopportato di tutto, è stata vessata e marginalizzata, ridotta economicamente all’osso, ha vissuto e vive in una assoluta incertezza sul suo presente oltre che sul suo prossimo futuro, e avrebbe tutto il diritto di essere sollevata da questa intollerabile precarietà. Per tutte queste ragioni e per il rispetto verso chi lavora, venga fuori questo inafferrabile disegno di legge.
FIGISC
